Agenda del Turista del Lago Maggiore
Agenda del Turista delle Valsesia Agenda del Turista tasto Varese Agenda del Turisata del Lago Maggiore tasto Valsesia Agenda del Turista tasto contatti

S pinte da ristrettezze economiche e da eccessiva concentrazione di popolazione, intere comunità Walser sin dal 1200 lasciarono la terra d’origine vallese e, attraverso dure e spesso inesplorate vie alpine, si crearono nuove patrie in un’ampia zona che va dalla Savoia francese al Vorarlberg austriaco, quasi sempre ad altitudini superiori ai 1000 mt.
Nelle valli dell’Ossola si insediarono principalmente a Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa, ed in Formazza. La loro vita, sviluppatasi per molti secoli in villaggi isolati, con rarissimi contatti con altre popolazioni, ha fatto sì che le caratteristiche razziali della stirpe vallese si siano conservate in loro in maniera pressocché integra.
Di origine tipicamente contadina i Walser furono portatori di un rigido ordinamento di diritto. Le dure condizioni ambientali li costrinsero ad integrare sempre più la loro attività rurale con quella di allevatori che consentiva loro di entrare in commercio con le popolazioni più vicine, offrendo giovani capi di bestiame, oltre agli svariati prodotti della lavorazione del latte. I Walser furono portatori di una cultura del legno molto più avanzata e raffinata di quella delle originarie popolazioni ossolane. Ne è testimonianza la costruzione delle case, dei granai, delle stalle e dei fienili dove il legno è impiegato con rara perizia; a titolo di esempio si può osservare il tipico incastro angolare che dava solidità all’intera costruzione. Inoltre ci sono giunti numerosi reperti di mobili, culle e attrezzi funzionali ed artisticamente decorati. Nella simbologia Walser è riccorrente il faggio, considerato l’albero della vita. Un’antica tradizione che è ancor oggi conservata: ne sono testimonianza i gioielli walser prodotti dalla gioielleria Rimella di Ornavasso.
La durezza della vita, i lunghi periodi di assoluto isolamento dovuto alle abbondanti nevicate, la necessità di trovare adeguate soluzioni di sopravvivenza, hanno favorito nei Walser l’ingegno, talché si può osservare, in ugual periodo, uno sviluppo tecnologico superiore a quello delle popolazioni che vivevano ad altitudini inferiori, nelle valli. Per preservare i granai dai roditori, la costruzione in legno veniva fatta poggiare su funghi di pietra. Il gruppo Walser manifesta una grande coesione sociale: la vita del singolo risulta impensabile senza la famiglia e la famiglia non è concepibile senza la comunità del villaggio. L’aiuto tra individuo ed individuo è spontaneo in ogni occasione. Particolarmente significativa di questo spirito solidaristico è l’antica tradizione della cottura del pane. Il raccolto delle granaglie che i Walser riuscivano ad effettuare copriva spesso a malapena un quarto del fabbisogno vitale; il rimanente doveva essere acquistato dalle popolazioni delle valli. Il costo di questo alimento era reso ancor più caro giacché l’accensione del forno per la cottura del pane, data la bassissima temperatura ambientale, richiedeva una grande spesa di legna ed energie. Per tutto ciò i Walser cuocevano una sola volta all’anno il pane necessario al villaggio. L’incarico era dato a turno ad una famiglia che vi provvedeva, aiutata da tutti, in un rito di diversi giorni che aveva, al tempo stesso, il sapore del sacro e la gioia della festa. Ai bimbi venivano regalati dei piccoli panini; a Macugnaga si usava farli in due modi diversi e allusivi: quelli per i maschietti avevano una forma allungata e quelli per le femmine una forma tondeggiante. Il pane si lasciava quindi raffermare e diventava duro come pietra. Per mangiarlo, veniva spezzettato con uno speciale coltello a leva fissato in un tagliere e poi ammorbidito in brodo o latte. Per antica consuetudine ogni famiglia metteva a disposizione delle persone, per diversi giorni per effettuare i lavori di comandata, cioé quelli di interesse pubblico, ovviamente non retribuiti. Il tempo, per i Walser, era scandito da date che univano le scadenze lavorative con le stagioni e le festività religiose. Ogni periodo dell’anno veniva sacralizzato con feste, preghiere e processioni. Le credenze, religiose e non, riempivano ogni istante della vita nei villaggi Walser.  Sotto il pagliericcio dei neonati veniva messo un coltellaccio per allontanare i folletti.  Molti erano i segnali ritenuti di morte: il gocciolare in casa senza che fuori piova, la volpe che ulula o che attraversa la strada volgendo il muso, una porta che si apre d’improvviso, un bagliore senza che nulla bruci o un improvviso colpo di vento in una giornata assolutamente tranquilla.
La religione della civiltà Walser è quella cattolica, tramandata di generazione in generazione, anche nei secoli che la videro segregata in villaggi ad alta quota, senza collegamenti con la Chiesa.
La vita familiare era organizzata secondo le esigenze pratiche, le condizioni ambientali e le rigide tradizioni. I matrimoni, soprattutto presso i villaggi più poveri, venivano celebrati circa a quarant’anni. Difficilmente l’uomo riusciva prima a guadagnare i soldi necessari a costruire una nuova famiglia. Il giorno delle nozze era la festa più gioiosa, alla quale partecipavano tutti i componenti del villaggio. Dopo la cerimonia in chiesa, per gli sposi si presentava un lungo e tortuoso percorso: ogni via veniva interrotta con improvvisate barricate e loro dovevano pagare il passaggio con confetti e fazzoletti di cotone. Tutt’attorno scoppi di mortaretti, fucilate, gruppi di giovani mascherati e rulli di tamburi. Solo alla fine di questo lungo persorso gli sposi potevano raggiungere la casa per il pranzo di nozze. Il centro della vita casalinga, nei mesi freddi, era la «stube», il locale principale nel quale troneggiava la grande stufa. Essa veniva alimentata nel locale attiguo, e fungeva alle funzioni di riscaldamento e di cottura dei cibi. Il locale era generalmente ampio e basso; lì si mangiava, si discuteva e si raccontavano le storie ed anche si dormiva. La popolazione si divideva nelle occupazioni agricole ed in quelle d’allevamento. I giovani maschi erano sovente spinti ad emigrare, fino circa ai quarant’anni, per procurarsi, con il lavoro, quel minimo di risorse che la povera vita del villaggio non poteva offrire loro. La terra era quindi coltivata prevalentemente dagli anziani e dalle donne, alle quali era anche affidata la cura della casa e della prole.
Gli emigranti, nei diversi periodi storici, svolgevano lavori di scalpellino, di muratore, di taverniere, di garzone di bottega, di raccoglitore di resina, di peltraio, di stagnino, di fabbricante di tinozze e di recipienti di legno e di pasticcere.  Si ha notizia che nel ‘700 degli emigranti Walser aprirono a Lione dei negozi di pasticceria che ottennero rinomanza e clientele ricche e raffinate.
LE LEGGENDE
Presso la cultura Walser sono presenti numerose leggende, storie frammiste di ricordi, fantasie e tradizioni che i vecchi raccontavano alla famiglia raccolta intorno alla «stube», nelle lunghe serate invernali. Ne ricordiamo tre. Il siero dei poveri. Gli gnomi, saggi conoscitori del mondo della natura, ben più degli uomini, si racconta, avevano insegnato agli antichi Walser l’arte di lavorare il latte per fare il burro e i formaggi, ma non l’utilizzazione del siero che avanzava. I tempi erano infatti estremamente duri e grande la miseria; se la gente avesse conosciuto oltre allo sfruttamento di tutti i derivati del latte anche l’utilizzazione del siero, non si sarebbe giunti all’abitudine di regalarlo ai poveri, ed i poveri non avrebbero potuto dissetarsi neppure con quel siero. Si narra ancora che questa tradizionale usanza fu il motivo per cui Macugnaga fu salvata dalla peste che invece falcidiò le popolazioni del vicino Vallese. Quando lo spettro della peste si affacciò dal Monte Moro e vide lo spettacolo dei macugnaghesi che donavano il siero, ed il pane, ai poveri, con un ghigno girò la sua torva faccia e tornò sui suoi passi. La conta dei morti. Il primo di novembre si dice che i morti di Macugnaga hanno un momento di sollievo dalle pene che stanno scontando e ritornano nei luoghi dove hanno vissuto. Ma prima di entrare nelle case che furono le loro, si riuniscono nella Chiesa Vecchia, nel cimitero, per assistere alle funzioni che vengono celebrate in loro suffragio. Dopo la funzione, gli spiriti si soffermano ancora in chiesa per contare quanti, dei vivi appena usciti, morranno nell’anno successivo. Si racconta che un anno un uomo di mezza età, pieno di curiosità, volle a tutti i costi nascondersi in chiesa, dopo la funzione, per assistere alla «conta dei morti». Si appostò dietro l’altare e, con cuore trepidante, seguì il lungo elenco dei nomi, sempre più contento di non ascoltare il proprio. Alla fine della conta la sua gioia fu grande: il suo nome non era stato pronunciato, ma in quel momento i morti dissero: «dovrà venire con noi anche quello che sta ascoltando dietro l’altare». E difatti, entro l’anno, l’uomo morì. La prima messa. Presso le leggende Walser è ferma la convinzione che le anime dei morti debbano scontare le pene per i peccati commessi in vita rimanendo imprigionate dentro i ghiacci della montagna. Si narra che una persona pia, vista l’impossibilità di convincere uno scettico che la vita continuava dopo la morte, lo condusse con sé sino al ghiacciaio del Monte Rosa. Lo spettacolo fu tremendo: un enorme numero di individui era intrappolato, chi completamente, chi a mezzo busto, chi solo nelle gambe ed uno aveva bloccato dal ghiaccio solo un alluce. L’uomo disse a quest’anima: «Allora tu hai quasi finito il purgatorio?». Lei rispose: «Ora ti spiegherò quando sarò libera. In questo momento da un faggio sta cadendo in terra un seme; da questo seme nascerà un albero; con il legno di quest’albero sarà costruita una culla; su quella culla sarà battezzato un bambino; questo bambino da grande si farà prete. Ebbene, il giorno della sua prima messa, io sarò libera».